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Discorso dell’Ambasciatore Ronald P. Spogli in occasione della Festa del 4 luglio Villa Taverna, Roma, 4 luglio 2008

Benvenuti alla festa del 4 luglio a Villa Taverna!

La storia ricorda la data in cui la Dichiarazione d’Indipendenza fu proclamata pubblicamente -- il 4 luglio -- ma in realtà essa era stata approvata dal Congresso due giorni prima -- il 2 luglio 1776. La celebrazione annuale della festa nazionale americana non rivela che, in realtà , l’indipendenza degli Stati Uniti iniziò con un fallimento, e che fu realizzata grazie alla perseveranza piuttosto che all’ingegno.

All’inizio dell’anno 1776, George Washington era a capo della milizia coloniale che teneva Boston sotto assedio. Egli non aveva nessuna fiducia nei suoi soldati. Disse che il suo esercito dimostrava “una mancanza di spirito di corpo e di virtù….Uno sporco spirito mercenario pervade ogni cosa…. Se avessi potuto prevedere quello che mi aspettava e probabilmente ancora mi aspetta, nessuna considerazione avrebbe potuto indurmi ad accettare questo incarico…. Quanto sarei stato più felice se me ne fossi andato verso la frontiera e fossi vissuto in una capanna indiana”.

Il suo secondo in comando lo criticò e creò malcontento attorno a lui, scrivendo tra l’altro: “Detto tra noi, un certo grand’uomo è assolutamente inadeguato…. A meno che non accada qualcosa di imprevisto, siamo perduti”. Pochi minuti dopo aver scritto queste parole, fu fatto prigioniero dai dragoni inglesi.

Tuttavia, la storia ci dice che fu proprio in occasione di quel fallimento che la ruota della fortuna iniziò a girare. Alla fine di quell’anno, Washington riportò due vittorie a Princeton e Trenton, salvando così Filadelfia. Il suo esercito sopravvisse all’inverno a Valley Forge. Il conflitto durò sette anni e trasformò la Dichiarazione d’Indipendenza, che oggi celebriamo, da semplice intento a fatto concreto.

L’America, quindi, iniziò da una sconfitta. Questo ci dice che Libertà non vuol dire libertà di riuscire, ma libertà di tentare. Tentare e ritentare, se necessario. Libertà, insomma, significa soprattutto libertà di sbagliare. Nel suo discorso di addio, Washington lo ricordò ai suoi connazionali. Citò come “esempio istruttivo” il fatto che il lavoro infine tanto apprezzato fu in realtà svolto “in circostanze in cui le passioni, agitate in ogni direzione, potevano portare sulla strada sbagliata; tra apparenze a volte ambigue; tra alterne fortune che erano spesso motivo di sconforto; in situazioni in cui non era raro che la mancanza di successo incoraggiasse lo spirito critico”.

Ed eccoci ai giorni nostri. Durante questi tre anni da ambasciatore, ho avuto modo di viaggiare attraverso tutta l’Italia, occupandomi anche di temi legati alla crescita economica. Ho potuto constatare che il vostro paese è un “arcipelago” di centri di eccellenza in numerosi settori, dallo sviluppo dei materiali, al design, dalla farmaceutica alla bioingegneria e all’informatica, e a molte altre industrie all’avanguardia. Le isole che formano questo arcipelago non riescono però a comunicare tra loro e a realizzare sinergie usando i vostri canali tradizionali. Il vostro è un paese molto legato alle tradizioni, in cui le risorse tendono a fluire in canali prestabiliti. La rigidità del sistema è dovuta in parte al fatto che un insuccesso nel settore del business viene punito con una sorta di emarginazione sociale e con l’impossibilità di accedere a nuovi capitali. Come amici dell’Italia, noi crediamo che dei cambiamenti, per quanto piccoli, possano recare grandi vantaggi al vostro paese.

Ritengo che il modo migliore per valutare l’efficacia del nostro lavoro sia di verificare i risultati che produce sui giovani. Come diceva Winston Churchill, “riuscire vuol dire passare da un insuccesso all’altro senza perdere l’entusiasmo”. La gioventù italiana è troppo timorosa delle conseguenze di eventuali errori. Dobbiamo limitare queste conseguenze, dobbiamo fare in modo che i giovani possano continuare a sognare e guardare al futuro con entusiasmo. E’ questo il combustibile potente che vi porterà nel futuro.

Per quanto riguarda i leader italiani, il mio augurio é un ampio consenso che permetta loro di lavorare insieme per il bene del paese. Troppo potere nelle mani di pochi è negativo per la democrazia, tanto è vero che le costituzioni dei moderni paesi democratici prevedono la divisione dei poteri. Tuttavia, a livello politico, criticare sempre e comunque chi ci governa rende impossibile governare. Abbiamo bisogno di democrazia, ma anche di un governo che governi.

Anche gli americani hanno bisogno di maggiore consenso politico tra coloro che lavorano per il paese. E’ un bene di cui abbiamo goduto troppo poco negli anni recenti. Se il nostro nuovo presidente vorrà governare con successo, dovrà fare quello che fece il nostro paese nel 1996 con il Presidente Clinton, con la sua riforma del sistema federale del welfare, lavorando con la maggioranza Repubblicana del Congresso. I problemi delle nostre società e delle nostre economie possono essere risolti soltanto con la collaborazione. Dopo l’11 settembre, noi americani abbiamo avuto un periodo di bipartisanship forzata, seguita poi dal ritorno alle vecchie abitudini partigiane.

I nostri paesi sono diversi sotto molti aspetti. Avendo studiato la questione per anni, credo di poter dire che abbiamo forti punti in comune ma anche profonde differenze. Non direi mai agli italiani di fare come gli americani. Vi chiedo invece di provare a considerare che i nostri due sistemi, seppur diversi, si trovano ad affrontare sfide simili. I nostri sistemi sono complicati, e collegarli tra loro richiederà più lavoro che ingegno, più fatica che ispirazione. Data la situazione, possiamo dire di trovarci nella stessa barca. Dobbiamo quindi aiutarci l’un l’altro.

Come disse Abraham Lincoln, “non mi interessa tanto se avete fallito o meno, quanto se vi accontentate di quel fallimento”. La nostra situazione è tale che non dovremmo essere affatto contenti dell’andamento attuale del progresso, e tale insoddisfazione dovrebbe spingerci a lavorare con maggiore efficienza e produrre risultati migliori. Come nel caso di George Washington, solo chi verrà dopo di noi potrà beneficiare dei nostri fallimenti in quanto anticipazioni del successo.

Gli Stati Uniti e l’Italia sono chiamati ad avere grandi ambizioni. E’ vero tuttavia che se puntiamo a grandi traguardi, volgeremo lo sguardo tanto in alto da rendere inevitabile fare dei passi falsi. E’ altrettanto vero che agire con coraggio porta talvolta all’insuccesso, ma il cammino del progresso é spesso segnato anche da battute d’arresto.

Il nostro governo apprezza molto il talento e lo spirito dimostrati dai colleghi italiani quando abbiamo lavorato insieme, e questo vale per i vari governi che si sono alternati. Molti di voi sono qui con noi stasera. Vi ringraziamo, e ci auguriamo di poter affrontare insieme le prossime tappe importanti. Se gli italiani agiscono di comune accordo tra loro, se gli americani fanno la stessa cosa, se lavoriamo insieme unendo le nostre forze e, soprattutto, se premiamo i nostri giovani per aver puntato in alto ed essersi messi alla prova, allora il successo sarà garantito.

Grazie ancora a tutti voi per essere qui stasera.

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