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30 October 2007

Gli Interns di Messina intervistano l’Ambasciatore Ronald Spogli, 30 ottobre 2007

(Valeria Arena, Valentina Costa, Alberto Micali e Aldo Sconti, studenti della Facoltà di Scienze Politiche, hanno incontrato Ronald Spogli durante il periodo di stage presso l’ambasciata Usa)


Formazione universitaria, investimenti sulle nuove generazioni, imprenditoria; sono alcuni dei temi emersi nel corso di questa intervista all’ambasciatore Ronald Spogli. Un’occasione per affrontare tematiche più vicine ai giovani, ma anche per analizzare problematiche attuali di politica interna e estera che coinvolgono l’Italia e gli Stati Uniti.

Ambasciatore, quali sono secondo lei le principali differenze tra il sistema universitario italiano e quello americano? Quali strategie utilizzare per rendere il sistema italiano veramente competitivo sul piano della formazione?

Tra il sistema statunitense e quello americano ci sono delle diversità piuttosto marcate che è possibile sintetizzare focalizzando l’attenzione su tre punti fondamentali.

Prima di tutto occorre tenere in considerazione che la maggior parte delle università italiane sono di matrice pubblica. La mancanza di altrettante strutture di carattere privato determina per gli studenti una limitazione soprattutto per le possibilità di scelta. In America si registra anche una competitività più forte sia per gli studenti che per i professori, elemento che contribuisce a determinare una selezione nella scelta delle persone. Inoltre, negli Stati Uniti il metodo didattico è differente: tra insegnanti e studenti si instaura un rapporto teso maggiormente al dialogo.

In Italia si parla sempre più spesso di “Fuga dei cervelli”, secondo lei come si può limitare questo fenomeno?

La “Fuga dei cervelli” nasce dalla percezione, forse una realtà, che in questo paese non sia sempre facile svolgere attività che invece negli Stati Uniti sono frequenti e facilmente realizzabili: sul piano della formazione economica, delle opportunità scolastiche, della cultura scientifica.

Abbiamo creato il “Fulbright Best”, un progetto che da la possibilità a giovani ricercatori di frequentare corsi accademici presso università americane, stabilendo network con uomini d’affari americani e italiani, per sviluppare nuove conoscenze nel campo dell’imprenditoria e poterle importare nel proprio paese. Questa iniziativa nasce con l’idea di fornire un piccolo contributo per cercare di rallentare la fuga di cervelli all’estero.

Lei ha appena citato il Fulbright Best. Uno dei punti cardine del programma è il “networking”, cioè la possibilità di conoscere e confrontarsi con imprenditori di successo, per trovare “business angel” interessati a finanziare idee innovative. In Italia attualmente esistono occasioni di networking? Può un giovane trovare un business angel che finanzi la propria idea ?

Esiste un piccolo network di “angel investor” e noi stiamo tentando di favorirne lo sviluppo. Circa un mese fa abbiamo organizzato un viaggio attraverso cui alcuni angels italiani si sono recati negli Stati Uniti per associarsi con le loro controparti, soprattutto in Wisconsin, dove la rete di angel investor è abbastanza estesa.

Il bello del mondo attuale è che si può comunicare a prezzi molto bassi: è importante che si crei un network internazionale dove gli angels comunichino tra di loro affinché, tramite questa rete di conoscenze, si possa fare in modo che un “angel” statunitense investa in Italia.

Come si possono strutturare forme di imprenditoria e di investimento in una realtà problematica come il sud d’Italia?

Certamente la possibilità di diminuire la portata della malavita sarebbe un fatto positivo, per qualsiasi tipo di attività. Una politica forte, concreta, contro la criminalità sarebbe sicuramente molto positiva. Se un imprenditore ha una grande idea e vuole investire su un’attività basata sulla tecnologia, non credo che la malavita riesca ad essere un netto impedimento per cui questa non possa svilupparsi. Ovviamente senza questo peso sarebbe più facile, ma non credo sia un impedimento assoluto.

Lo Stato potrebbe avere un ruolo in un mutamento della mentalità imprenditoriale favorendo investimenti ad alto rischio come i venture capital?

Esiste una differenza culturale. Quando parlo di imprenditoria, di avviare attività di questo tipo, non mi riferisco allo Stato. Negli Stati Uniti si pensa allo Stato come all’istituzione che crea le regole del sistema e le applica, ma che lascia “mano libera” alle persone più capaci. Di solito la presenza dello Stato in queste attività è di impedimento al progresso, perchè mentre un imprenditore pensa all’aspetto puramente economico quando vuole aprire una nuova azienda, lo Stato ha tutt’altri motivi per intervenire.

Lei si è più volte espresso a favore di un maggior ingresso di capitali stranieri in Italia, come nei casi di Telecom e Alitalia. Quali sono i motivi che spingono il nostro Paese a diffidare delle aziende straniere che sono interessate a investire qui?

Esistono diversi motivi. Alla base credo ci sia un forte desiderio di mantenere “l’italianità” dell’economia, ma anche una mancanza di conoscenza su ciò che l’investimento può portare. L’Italia ha tante risorse e un tasso di risparmio molto alto: non si tratta perciò di una mancanza di capitali, ma di come questi possano essere impegnati per il bene del paese.

Non è possibile creare nuove grandi imprese senza capitali a rischio; quest’ultimi provenendo dall’estero potrebbero creare condizioni positive per la formazione di nuove aziende. La cosa fondamentale non è il capitale in sé ma le conoscenze e le esperienze che tale capitale può portare al sistema.

In Italia si assiste a fenomeni apparentemente contraddittori: da una parte sembra montare il malcontento contro quella che, in un celebre libro-inchiesta, e’ stata chiamata “la Casta”, dall’altra sembra emergere una grande voglia di partecipazione politica come testimoniano le recenti manifestazioni di piazza, a destra come a sinistra, e le primarie del Pd. Secondo lei, si può parlare di antipolitica o esiste semplicemente la necessità di una politica diversa?

È difficile decifrare chiaramente la situazione. Credo sia espressione di una stanchezza da parte dei cittadini: la gente capisce che questo paese ha bisogno di riforme e vuole andare avanti. Il vecchio paradigma tra destra e sinistra è ormai superato; è necessario pensare alle riforme, questioni fondamentali che non hanno necessariamente una radice nella sinistra o nella destra.

Cosa potrebbe ridare fiducia nei governanti e nel loro operato?

Non è facile per un Ambasciatore parlare della politica interna di un Paese, ovviamente avete una democrazia molto giovane e secondo me avete anche fatto dei passi molto importanti in questi ultimi anni. Però tutti riconoscono che adesso c’è un periodo di stallo e bisognerebbe superare questa fase di stagnazione per arrivare a qualcosa che va oltre ciò che è stato sperimentato in questi ultimi anni. Di che colore potrebbe essere questa nuova fase, io non posso saperlo, ma sento un forte desiderio da parte della gente di assistere a un cambiamento.

Il caso della legittimazione del Burqa da parte del prefetto di Treviso ha generato un dibattito piuttosto acceso nell’opinione pubblica italiana, riproponendo tra l’altro il problema dell’integrazione tra cultura occidentale e cultura islamica. Esiste a suo parere un punto in cui bisogna dire basta all’apertura? E come conciliare questo limite con quei diritti fondamentali che sono la libertà religiosa e d’espressione?

Gli Stati Uniti sono un paese fondato sull’immigrazione, che ha influenzato la nostra storia. L’immigrazione è un tema complesso, che pone questi due aspetti: è una grande sfida, ma anche una grande opportunità. Dopo 400 anni dalla prima colonizzazione del nostro paese, stiamo ancora tentando di perfezionare il nostro approccio a questo fenomeno.

Posso dire che l’immigrazione è una strada a due sensi: da un lato chi arriva ha la possibilità di guadagnare certi diritti, come la cittadinanza, le libertà; d’altro canto chi emigra in un nuovo paese ha anche certe responsabilità, come rispettare le leggi, adeguarsi ai costumi del paese senza dover tuttavia trascurare le proprie tradizioni. A mio parere esiste sempre una tensione tra diritti e doveri: bisogna solo trovare il giusto assetto.

Nelle ultime settimane, si sono aperti diversi fronti di crisi: il regime Birmano continua la brutale repressione della protesta popolare, l’Iran sembra avere trovato un alleato per la sua corsa al nucleare nella Russia di Putin. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è paralizzato dai veti della Cina e della stessa Russia. La diplomazia internazionale si sta dimostrando incapace di risolvere le controversie in atto. Cosa possono fare le grandi democrazie per evitare che in futuro si ripetano queste situazioni di stallo?

Il dialogo è ovviamente molto importante. Bisogna sempre tentare di risolvere questi problemi in maniera pacifica e trovare il supporto degli alleati, in maniera da avere un peso maggiore per affrontare il problema. In alcune circostanze, come nel caso del Myanmar e in quello dell’Iran, è necessario anche applicare delle sanzioni per dimostrare concretamente a questi regimi che comportarsi in maniera scorretta nei confronti della comunità internazionale ha un costo molto alto.

Fino a questo momento abbiamo sentito molta voglia di dialogo da parte di tutti, ma è necessario usare anche il “bastone”, oltre che la “carota”. Sono oltre due anni e mezzo, ad esempio, che dialoghiamo con l’Iran che, però, non si è mosso di un centimetro dalle sue posizioni per cercare di andare incontro alla comunità internazionale. Anzi, sta continuando ad arricchire l’uranio, un aspetto negativo per tutti. Il solo dialogo, senza l’adozione di misure più forti come le sanzioni, non mi sembra abbia portato a risultati positivi.

Come giudica la proposta di sanzioni autonome dell’Unione Europea formulata dal Ministro degli Esteri francese Kouchner?

Sarebbe una cosa davvero gradita, specialmente se non ci fosse la possibilità all’ONU di avere il consenso necessario per approvare una fase ulteriore di sanzioni. È una proposta che, se adottata dall’UE, gli Stati Uniti riterrebbero molto importante.

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