TRADUZIONE INFORMALE, DA NON CONSIDERARE COME TESTO UFFICIALE
Darfur precipita nell'anarchia, avverte l'inviato dell'ONU, 4 novembre 2004 (Il Consiglio di sicurezza vuole un accordo di pace entro il 19 novembre)
Di Judy Aita
Corrispondente dall'ONU per il Washington File
ONU - Avvertendo della possibilità che il Darfur precipiti in uno "stato di anarchia", l'inviato speciale dell'ONU in Sudan ha dichiarato lo scorso 4 novembre che la prossima riunione del Consiglio di Sicurezza che si terrà a Nairobi, in Kenya, dovrà essere "un evento che imprima una svolta alle condizioni sul terreno".
Jan Pronk ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza che "il Darfur potrebbe facilmente scivolare nell’anarchia, con il crollo totale dell'ordine pubblico e della legalità. Il conflitto sta cambiando forma... ormai il latte è stato versato e non si può tornare indietro".
"Nessuno è più pienamente sotto il controllo. Una situazione che definirei di anarchia", ha spiegato Pronk in conferenza stampa. "Diciamo le cose come sono: c'è una guerra in atto. I Jingaweit asseriscono di avere il controllo sull'intera zona e i capi del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan (Sudan People's Liberation Movement, SPLM) hanno puntato gli occhi su Khartoum".
Il governo non ha il controllo totale delle sue stesse forze dell'ordine e non può nemmeno contare sull'obbedienza della milizia Jingaweit; la linea che separa la milizia paramilitare e la polizia è piuttosto sfuocata, ha affermato Pronk.
All'interno dei movimenti dei ribelli esistono crisi di leadership e fratture tra i vari gruppi, ha continuato Pronk, e i leader politici sono sempre meno in grado di controllare le forze dell'ordine sul terreno.
Avvisando che il Darfur potrebbe tra breve "ritrovarsi in mano ai signori della guerra", Pronk ha aggiunto che i comandanti dei ribelli "provocano i loro avversari con furti, rapimenti e uccisioni e alcuni sembrano aver cominciato ad agire unicamente per interesse personale. Adesso controllano una così vasta parte del territorio che, o si decidono a prendersi la responsabilità di provvedere alle necessità della gente che ci vive, diventando leader politici, o c'è il rischio che comincino a depredare i civili nelle zone che controllano con la forza".
I combattimenti si moltiplicano in un numero sempre crescente di luoghi, e le varie parti si provocano a vicenda, ha riferito Pronk. Se questo trend negativo non verrà ribaltato "si va verso il disastro", ha avvertito l'inviato.
Il Consiglio di Sicurezza deve mandare un messaggio ai gruppi ribelli per far loro intendere che "lo status di ribelli non li esonera dagli obblighi morali nei confronti della loro gente", ha affermato l'inviato dell’ONU. "Al contrario, come leader politici, sono altrettanto responsabili della protezione della popolazione civile come lo è il governo del Sudan".
Pronk ha proposto un approccio in tre parti: far arrivare al più presto nella regione le imponenti forze dell'ordine dell'Unione Africana affinché agiscano da cuscinetto tra i gruppi; accelerare i negoziati di pace, e considerare responsabili tutti i leader politici - sia quelli ufficiali che quelli autoproclamatisi tali - per le violazioni attualmente in corso.
Sebbene si stiano dispiegando 5000 esponenti delle forze dell'ordine dell'Unione Africana, tale spiegamento deve essere accelerato affinché gli uomini possano giungere nelle aree a rischio in cui la situazione potrebbe uscire di controllo ed esplodere.
"E' compito della comunità internazionale ", ha aggiunto l'inviato ONU, "considerare di intraprendere ulteriori azioni nel caso in cui quelle intraprese finora si dimostrassero insufficienti".
L'Ambasciatore statunitense John Danforth, presidente del Consiglio di Sicurezza per il mese di novembre, ha emesso un comunicato stampa che esprime la "profonda preoccupazione del consiglio nei confronti del deterioramento della situazione in Sudan e in particolar modo nel Darfur. I membri del consiglio si uniscono al segretario generale nel condannare in maniera molto dura il trasferimento forzato dei profughi interni".
Il Consiglio, ha continuato Danforth, ribadisce inoltre la richiesta al governo del Sudan di fermare lo sfollamento dei civili, di riportare indietro quelli che sono stati costretti ad andarsene e consentire un immediato accesso ai campi profughi agli operatori umanitari.
Il 19 e il 20 novembre il Consiglio di Sicurezza si riunirà per due giorni a Nairobi, dove sono in corso i colloqui per la pace per portare a conclusione la lunga guerra civile che insanguina il sud del Sudan. Il Darfur farà parte degli argomenti di cui discuterà il consiglio. Il consiglio discuterà della questione con i rappresentanti dell'Unione Africana, che ha il compito di monitorare il cessate il fuoco nel Darfur, con l'Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo, che supervisiona i colloqui per la pace nel Sudan meridionale, con il governo sudanese e con il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan.
Danforth ha dichiarato che il consiglio sta esercitando pressioni affinché venga finalizzato un accordo di pace tra nord e sud prima della riunione del consiglio, cosa che avrebbe anche un impatto positivo sulla popolazione del Darfur.
Inoltre, ha aggiunto l'ambasciatore, il consiglio sta lavorando ad una risoluzione da adottarsi a Nairobi che proclamerebbe "l'impegno continuativo da parte della comunità internazionale in Sudan, presupponendo che si raggiunga un accordo di pace".
"Desideriamo suggerire due cose", ha spiegato Danforth. "Prima di tutto, che nessuno dei due gruppi - né il governo né lo SPLM - potranno trarre alcun vantaggio da un ritardo. E dunque noi siamo concentrati sul cosiddetto "bastone". Ma desideriamo anche presentare l'idea "carota", e cioè che la comunità internazionale sarà presente nel futuro del Sudan, presupponendo che nel paese ci sia la pace".
"E' molto importante", ha spiegato l'ambasciatore, "che sia il governo sudanese, sia lo SPLM si rendano conto del fatto che quando si troveranno a negoziare in Kenya il processo di pace tra nord e sud, o riusciranno o falliranno nel tentativo di stabilire un'ampia base per il governo dell'intero paese che porterebbe stabilità in tutto il paese".
I negoziati "si protraggono da troppo tempo", ha aggiunto Danforth. "Si dice che sia rimasta una questione sola da risolvere. Io, personalmente, non riesco a capire perché non si possa quindi giungere ad un accordo in tempi brevi".
"Ci aspettiamo che le parti trovino rapidamente un accordo per assicurare la stabilità all'intero paese, compreso il Darfur", ha aggiunto Danforth.
"C'è molto da biasimare", ha aggiunto l'ambasciatore statunitense. "Ma c'è anche tanto spazio per migliorare e ai miglioramenti devono contribuire tutte le parti ".