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TRADUZIONE INFORMALE, DA NON CONSIDERARE COME TESTO UFFICIALE

Leader religiosi sollecitano un’azione più incisiva nel Dafur, 27 ottobre 2004

(Diffondere la notizia della tragedia può salvare vite umane, hanno detto)

di Judy Aita
Corrispondente del Washington File presso le Nazioni Unite

Nazioni Unite – Il 27 ottobre, un gruppo di leader religiosi cristiani, ebrei e musulmani ha sollecitato il Segretario dell'ONU Kofi Annan a fornire rapporti quotidiani sulle vittime della regione del Darfur in Sudan per attirare l'attenzione sulla tragedia in corso in quella regione e portare la comunità internazionale da una posizione di indifferenza all'azione.

Il Premio Nobel per la pace Elie Wiesel, a capo della delegazione, ha detto che i religiosi hanno chiesto di incontrare Annan per manifestargli "il dolore, l’angoscia e lo sdegno per la situazione nel Darfur. Ogni giorno le persone muoiono a centinaia, a migliaia, e sentiamo che non si sta facendo abbastanza".

Alcuni di noi appartengono a una generazione che ha conosciuto l'indifferenza del mondo. Per me l'indifferenza del passato è fonte di angoscia e disperazione. Quindi, quando parliamo, intendiamo dire: "Mai più indifferenza dovunque si manifesti e ogni volta che esseri umani uccidono altri esseri umani e ci sono persone che muoiono" ha detto Wiesel.

"Dobbiamo – ripeto dobbiamo – essere sensibili al loro dolore e alla loro morte. È per questo che siamo venuti qui ad incontrare il segretario generale, ed è per questo che ce ne andiamo con un po’ più di speranza" ha detto.

Weisel ha aggiunto che il gruppo, che rappresenta la maggior parte dei movimenti di fede religiosa organizzata negli Stati Uniti, ha anche ringraziato Annan e il Segretario di Stato americano Colin Powell per "aver guidato una campagna di sensibilizzazione volta a creare una maggiore coscienza nel mondo sulla tragedia che sta avvenendo in Sudan".

La delegazione ha sottolineato che un modo serio per spiegare e sottolineare l'urgenza del problema è quello di calcolare il numero di uomini, donne e bambini che muoiono di fame, che non hanno una casa, che stanno morendo e che ogni giorno subiscono violenze. I religiosi hanno chiesto al segretario generale di fare in modo che il personale ONU nel Darfur e nel Ciad fornisca giornalmente un resoconto sul numero dei morti e su quanti stanno morendo, e che i dati siano resi pubblici.

I membri del gruppo hanno detto di aver ricevuto incoraggiamento e soddisfazione dalle parole di Annan che li spronava a mantenere sempre alta la pressione e prometteva di continuare lui stesso a sollevare la questione pubblicamente.

Hannah Rosenthal, membro del Jewish Council for Public Affairs (Consiglio ebraico per gli affari pubblici), ha detto: "Uno dei modi per sensibilizzare l’opinione pubblica e per porre fine al silenzio è inquadrare la questione né come uno scontro tra gruppi né come un problema da risolvere per via diplomatica, ma [come un dramma] che deve essere reso pubblico e bisogna dire quante persone vengono uccise, ridotte alla fame e violentate.

"È così che suscitiamo l'indignazione morale nelle case, nella comunità mondiale, solo così possiamo guardare negli occhi i nostri nipoti e dire che abbiamo fatto tutto il possibile per sensibilizzare il mondo, salvare vite umane e fermare questo genocidio".

Imam Talib Abdur-Rashid, presidente del Justice Committee of the Islamic Leadership Council of New York (Comitato per la giustizia del Consiglio della leadership islamica di New York) ha detto che negli ultimi quattro mesi la sua organizzazione ha lavorato insieme all'Islamic Circle of North America (Circolo Islamico del Nord America) l'ente di beneficenza incaricato di raccogliere fondi, vestiti e altri aiuti di prima necessità per la popolazione del Dafur. Il comitato ha tenuto forum divulgativi nelle moschee e nei quartieri per informare la comunità sulla tragedia e per affrontare alcuni dei problemi affiorati nella comunità internazionale a causa della natura etnica e religiosa della tragedia stessa.

A prescindere dalle differenze, ha detto l'imam, il Darfur riflette "le apprensioni umanitarie che noi tutti condividiamo, non solo nel mondo musulmano, ma … soprattutto qui negli Stati Uniti tra i 7-8 milioni di musulmani, cittadini di questo paese".

I leader religiosi hanno detto che loro stessi hanno svolto un’azione di formazione e informazione presso le rispettive comunità sulla tragedia del Darfur – redigendo bollettini per sedi religiose e organizzando forum e conferenze stampa in varie città degli Stati Uniti. E in seguito a queste iniziative sono arrivate donazioni e offerte di aiuto.

Il vescovo William Murphy di Rockville Centre, New York, in rappresentanza della U.S. Conference of Catholic Bishops (Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti) ha detto che le parrocchie cattoliche in tutti gli Stati Uniti hanno chiesto alle rispettive congregazioni aiuti in denaro per finanziare gli aiuti umanitari nel Darfur.

"Il Catholic Relief Service (Servizio di soccorso cattolico) è già nel Darfur e ha fornito oltre due milioni di dollari fornire letti, cibo e altre necessità di questo tipo" ha detto il vescovo. "La cosa importante è che negli Stati Uniti la gente che viene informata su questa tragedia sta rispondendo molto generosamente e il denaro sta arrivando alla U.S. Conference of Catholic Bishops."

Ruth Messinger, direttore esecutivo della American Jewish World Service/ Save

Darfur Coalition (Servizio mondiale degli ebrei americani/Coalizione 'Salva il Darfur') ha detto che "la risposta della comunità ebraica americana è stata ovunque eccezionale, dalle confraternite locali alle organizzazioni nazionali. Sappiamo che i circa 650.000 dollari da noi raccolti finanzieranno aiuti umanitari nel Sudan e nel Ciad".

Messinger, che è stato nel Darfur, ha detto: "La questione cruciale che abbiamo discusso con il segretario generale è quella della divulgazione delle informazioni. La comunità ebraica si rende conto che il problema più grave è il silenzio della comunità internazionale di fronte ai 10.000 morti e più al mese. È per questo che stiamo rispondendo".

Ad accompagnare il gruppo c'era anche Sarah Bloomfield, direttore dell'Holocaust Memorial Museum degli Stati Uniti a Washington. Sarah Bloomfield ha chiesto al segretario generale dell'ONU di utilizzare il museo come monito per la situazione nel Darfur.

"Il nostro museo, aperto da 11 anni, ha insegnato al mondo i fallimenti della comunità internazionale durante l'olocausto, e purtroppo durante la crisi balcanica e in Ruanda" ha detto Bloomfield.

"Anche noi stiamo cercando di dare il nostro contributo per sensibilizzare la coscienza pubblica" ha aggiunto. "Questa volta la comunità mondiale ha l'opportunità di cambiare le cose, e la nostra speranza è quella di poter contribuire a questo duro compito".

Tra i partecipanti al meeting c'erano l'Arcivescovo Kharjag Barsamian della Armenian Church of America (Chiesa armena d'America) e il Dr. Anthony Kireopoulos del National Council of Churches (Consiglio nazionale delle Chiese) e il Reverendo James Forbes della Riverside Church di New York.

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